Donald Trump, Una carriera iniziata negli affitti…

Esordi:

Fresco di laurea, diventò a fine anni ’60 il braccio destro del padre nella gestione dell’azienda immobiliare di famiglia. In due anni ridusse a zero il tasso di sfitto del complesso immobiliare costruito dal padre a Cincinnati. Un inizio brillante per la carriera del magnate newyorkese, anche se viziato da ripetute accuse di discriminazione razziale nei confronti degli inquilini afroamericani.

Oramai è ufficiale: Donald John Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Punto. Volenti o meno vediamo cosa farà.

Prima di vederlo all’opera, diamo una sbirciatina ai suoi esordi imprenditoriali. Perché a noi di Solo affitti, ogni volta che sentiamo parlare di affitto, si drizzano le orecchie….

I primi passi di Trump nel real estate: brillante la sua gestione degli affitti dell’impresa immobiliare del padre.

Donald Trump è probabilmente il più famoso immobiliarista degli Stati Uniti. Solo per dirne una, chiunque sia stato a New York non può non essere passato davanti alla Trump Tower, sulla 5th Avenue.

Dispone di un patrimonio personale smisurato, ricchezza che gli deriva dagli ottimi affari che ha saputo condurre nel corso della sua cinquantennale carriera di uomo d’affari.

Celebri le sue speculazioni edilizie nel settore degli immobili di lusso a Manhattan e i suoi investimenti in hotel e casinò in America e in tante altre parti del mondo.

Ma i suoi esordi nulla avevano a che fare con i grattacieli extra-lusso costruiti nelle principali vie commerciali della Grande Mela.

Non si tratta del famoso stereotipo “ self made man”, bensì di un ricco figlio della borghesia newyorkese; Il padre, Fred C. Trump, è il proprietario della “Elizabeth Trump and Son”, azienda fondata dal padre e attiva nel comparto del real estate che si occupa della costruzione, nelle periferie di New York, di grossi complessi immobiliari ad uso abitativo ed il successivo affitto al dettaglio, a costi contenuti.

In tutto, l’azienda ha costruito nel corso di decenni circa 27.000 appartamenti, dislocati principalmente a Brooklyn (Coney Island e Brighton Beach in particolare), nel Queens (Flushing e Jamaica) e Staten Island.

Se sarà il cuore pulsante della Grande Mela, Manhattan, a decretare il successo dei progetti imprenditoriali del figlio Donald dagli anni ’70-’80 in poi; è nelle periferie di New York che la famiglia Trump ha costruito la propria ricchezza e che Donald è cresciuto come manager.

Il primo progetto a cui viene chiesto dal padre a Donald di mettere mano è il complesso residenziale dello Swifton Village, a Cincinnati (Ohio). Costruito per un valore di 5,7 milioni di dollari dall’azienda di famiglia nel 1962 con la finalità di mettere a reddito le unità immobiliari, il progetto risulta, dopo alcuni anni, navigare in cattive acque. Con solo il 34% di tasso di occupazione degli alloggi, i profitti restano un miraggio. Donald, investendo mezzo milione di dollari e gestendo oculatamente la propria rete di funzionari immobiliari che si occupano dell’affitto degli immobili a Cincinnati, riesce nel giro di due anni ad azzerare lo sfitto, portando a regime la redditività dell’investimento.

Una volta venduto, nel 1972, il complesso dello Swifton Village aveva incrementato notevolmente il suo valore: 6,75 milioni di dollari il prezzo di scambio. Niente male per il primo “deal” di Donald.

Come uomo d’impresa, insomma, Donald Trump ha dimostrato grandi capacità imprenditoriali fin dalla gestione immobiliare degli affitti dell’azienda paterna.

Grazie al suo fiuto per gli affari, poi, ha saputo crescere, facendo soldi a palate negli anni ’70 e ’80 grazie all’intuizione di lasciare da parte gli affitti a basso costo nelle periferie di New York ed investire nel business dell’immobiliare di lusso nel pieno centro di Manhattan.

L’immagine del giovane Trump è stata fin dai suoi esordi macchiata da ripetute accuse di razzismo e discriminazione legate alla sua attività di gestione immobiliare.

Stando a quanto riportano gli atti processuali che hanno coinvolto Trump padre e Trump figlio per l’attività di fine anni ’60 e inizio anni ’70 della “Elizabeth Trump and Son”, infatti, avere Donald Trump come padrone di casa non era una fortuna per gli inquilini afroamericani.

Diversi sono i procedimenti giudiziari intentati contro il management della “Elizabeth Trump and Son” per violazioni del Fair Housing Act del 1968.

Il provvedimento prevedeva il divieto di fare discriminazioni razziali nell’assegnazione delle case in affitto. E le organizzazioni per i diritti civili in più casi denunciarono l’azienda di Trump di discriminare gli inquilini di colore richiedenti alloggio.

In vari casi avvocati bianchi (operanti nelle organizzazioni di tutela dei diritti civili) ottennero facilmente un alloggio dagli agenti immobiliari della “Elizabeth Trump and Son”, dopo che a inquilini di colore era stata negata l’assegnazione asserendo la mancata disponibilità di immobili sfitti.

Addirittura venne segnalato che sui fascicoli delle richieste degli agenti immobiliari che agivano per la famiglia Trump veniva apposta una “C”, che stava per “Colored”, alle schede di richiesta di inquilini afroamericani.

Nel 1967 non mancò una ispezione delle autorità cittadine nel Trump Village, un complesso residenziale costruito dall’azienda di Trump a Coney Island, nella periferia meridionale di Brooklyn, durante la quale i funzionari rilevarono solo 7 famiglie afroamericane assegnatarie degli alloggi, su un totale di 3.700 appartamenti.

Quando poi, a seguito dei due processi per violazione del Fair Housing Act, l’impresa immobiliare gestita da Trump iniziò ad essere meno selettiva nei confronti degli inquilini afroamericani che richiedevano alloggio, cambiò semplicemente le proprie tattiche discriminatorie.

Si iniziò con il ghettizzarli in stabili destinati esclusivamente a clientela di colore, separandoli dagli affittuari bianchi. Un modo come un altro per non violare il Fair Housing Act, ma senza destabilizzare troppo la clientela di origine europea.

Non solo: negli stabili in cui alloggiavano inquilini di provenienza mista, di colore e bianchi, furono addirittura denunciati casi di volontario mantenimento da parte della proprietà di condizioni fatiscenti negli immobili, per spingere gli inquilini afroamericani ad andarsene. Vetri rotti appositamente, impianti elettrici arrugginiti e non sistemati di proposito, pavimenti in grave situazione di degrado non ripristinati: questi gli escamotages denunciati da coloro che sporsero denuncia.

Insomma: nulla da dire sull’imprenditore Donald Trump. Speriamo solo che sia un inquilino della Casa Bianca migliore del padrone di casa che è stato per i suoi inquilini afroamericani!

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