Affitto in condivisione, fenomeno in crescita. E non solo per studenti e trasfertisti

Passa anche dalla casa il risparmio degli italiani. La condivisione dell’appartamento è una soluzione sempre più di moda: crea socialità e permette di ridurre i costi.

Proprio per questo il fenomeno del flat sharing non coinvolge più solamente gli studenti universitari fuori sede o i lavoratori trasferisti, come un tempo. Sono sempre più numerosi i giovani che, anche dopo l’università, scelgono di trovarsi dei coinquilini con i quali condividere le spese di affitto, accontentandosi di una stanza nella quale vivere.

Quanto è in evoluzione, nell’Italia della crisi e dei giovani precari, il concetto di abitazione?

Pensare che la casa sia il posto in cui si vive con la propria famiglia ci fa perdere una fetta di italiani, soprattutto giovani, che proprio non calza in tale definizione. Perché “vivere” e “famiglia” sono concetti che non vanno più a braccetto come una volta.

Pensiamo agli studenti universitari abituati alla condivisione della casa con altri ragazzi pari età e soggetti alle stesse esigenze e allo stesso stile di vita. La fase di vita particolarmente movimentata e il comune obiettivo di moltiplicare le conoscenze sono elementi che permettono di superare le noie di una forzata condivisione degli spazi, con tutto quanto ne consegue (rumori ad ogni ora del giorno, continuo via-vai di gente, non facile organizzazione degli spazi e necessità di gestione delle problematiche di vita quotidiane).

Ma pensiamo anche ai trasferisti, una categoria da tenere in considerazione. Se la trasferta poi è temporanea e organizzata dall’azienda per la quale si lavora, magari con un contratto ad uso foresteria, il flat sharing è un fenomeno assolutamente consolidato e frequente. L’età media è senz’altro più elevata, la vivibilità della casa è probabilmente superiore rispetto al caso degli studenti universitari fuori sede, ma le dinamiche sono tendenzialmente le stesse.

Non si può non rilevare un crescente numero di persone che, non per motivi di studio né di lavoro fuori sede, condividono abitualmente casa con altri coinquilini.

Ecco chi sono: di giovane età, spesso lavoratore precario, senza un compagno con il quale mettere su famiglia entro breve. L’esperienza precedente universitaria, aiuta a ritenere accettabile la condizione di coinquilino anche quando si è terminata la vita studentesca e ci si è inseriti nel mondo del lavoro.

Un basso reddito completa l’identikit del coinquilino moderno: il risparmio è la necessità per la quale diventa sacrificabile anche la virtù della privacy. Risparmiare val bene la fila al bagno o qualche decibel di troppo.

Queste tre categorie di persone che dimensione hanno nel mondo della locazione? Che quota complessivamente rappresentano gli italiani che scelgono l’affitto condiviso, un po’ per necessità e un po’ per esigenza di vita (si spera!) temporanea?

Quanti italiani si ritrovano tra le mani un contratto di affitto di una stanza anziché di un appartamento intero?

L’analisi condotta nel 2013 da Solo Affitti fotografa la consistenza socio-demografica di questo fenomeno di tendenza.

Ben l’11,7% delle richieste di abitazioni in affitto, nelle città capoluogo di regione italiane, provengono da coinquilini: studenti universitari fuori sede, trasferisti, o – come dicevamo – persone che liberamente scelgono la condivisione.

Ovviamente, sono le città con il costo dell’affitto più alto, così come quelle nelle quali si concentrano le principali università, a farla da padrone quando si parla di flat sharing. Bologna, città universitaria per eccellenza, svetta con un 35% di domanda di locazione proveniente da coinquilini. Seguono con un significativo 20% Milano e Trieste, incalzate a stretto giro da Catanzaro, prima città del Sud in questa speciale classifica. Fenomeno di grande rilevanza, quello dell’affitto condiviso, appare anche in città come Firenze (14%), Torino (13%) e Roma (12,8%), gli altri capoluoghi di regione che sopravanzano la media nazionale.

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